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DOVREBBE ESSERE UN VERO PARADISO MA LA SICILIA È IL NOSTRO INFERNO. POTREMMO AVERE TUTTO. MA NON ABBIAMO NIENTE. PER COLPA DI CHI?
Fonte: livesicilia.it - 12/08/2019
di Roberto Puglisi
La Sicilia è un inferno e dovrebbe essere il nostro Paradiso. Tutto avremmo per vivere in una terra ricca e piena di bellezza. Ma il presente è tragico e il futuro rischia di essere l'iperbole del peggio. Se, per esempio, si consumerà, prossimamente, magari dopo nuove elezioni, lo strappo autonomista-leghista, che ha il nome cortese di una secessione mascherata, perfino la nostra tremenda attualità rischierebbe di trasfigurarsi in decadenza non più affrontabile. E saremmo noi siciliani i migranti con la mano tesa a cui nessuno darebbe risposta. E la nostra terra si trasformerebbe nel campo di concentramento della maggioranza dei poveri, nel resort inaccessibile della minoranza dei ricchi, con vista sulla fame.

La Sicilia è un deserto di lacrime e dovrebbe essere la nostra carezza. Chi conosce la sventura di avere subito, in questi giorni afosi, un incendio davanti alla porta di casa, sa di cosa si tratta. Non c'è purtroppo una metafora più esplicita per indicare il Paradiso che non c'è e l'inferno che regna. Non soltanto per la cronaca dei momenti concitati: per la devastazione che riempie il dopo con certe distese lunari e bruciacchiate che rispecchiano l'emblema della rassegnazione.

Questa è la Sicilia: un'occasione mancata, una trama smagliata di disastri intervallata da qualche sparuto rammendo di buona volontà. E coloro che, con ragione, se la prendono con i politici di ieri, di oggi e di domani, dovrebbero prima, metaforicamente, lapidare se stessi. Non sono stati i blindati o gli eserciti di una potenza straniera, nel corso degli anni, a permettere l'insediamento, salvo poche eccezioni, di una classe dirigente sciatta, privilegiata e inconcludente. Siamo stati noi, col segno di una matita su una scheda. Pare che si chiami democrazia.

Dovrebbe essere il nostro Paradiso terrestre, ma è un inferno la Sicilia in cui ci è toccato in sorte di vivere, l'isola che non ha un domani. E forse sono purissimi inganni, miraggi del nostro cuore terrone, le corde che ci trattengono. Il mare che luccica. La fragranza di gelsomino. Il bagno a ottobre. Bastano per farci dimenticare l'assenza di pane e lavoro, le attese disumane negli ospedali, il nonsenso di una regione struggente e dannata. Ma siamo stati noi, specialmente noi, a volerla così. Noi, il serpente dell'Eden che, infine, dopo lunghissimi banchetti apparecchiati da un'indecenza che si credeva furba, ha divorato se stesso.
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